Il bambino è competente.

Juul

Ci sono incontri che ti cambiano la vita. Da sempre leggo tanto, tantissimo. Quando qualcosa o qualcuno mi appassiona leggo tutto. C’è stato un solo periodo della mia vita durante il quale questo bisogno – per me primario – è stato totalmente assente, ed è stato quando ero incinta della mia prima figlia: mi guardavo smarrita dall’esterno, bussavo alla mia coscienza e rispondeva l’eco. Niente da fare, non ne sentivo il bisogno, lo stimolo. Ero diventato intellettualmente stitica. E mi dicevo: “Dunque è così che funziona? Ci si spegne all’improvviso e poi si finisce all’autolavaggio il sabato pomeriggio?”.

Poi per fortuna sono tornata in me e lo spiritello gozzaniano delle buone cose di pessimo gusto mi ha lasciato, mi sono ridestata e ho ricominciato la mia vita fatta di piccole grandi esondazioni. E ho ricominciato a leggere. Di pedagogia, la mia nuova passione. E muovendo i miei primi incerti passi ho persino approcciato, qui lo dico e qui lo nego, un libro di tata Lucia. (Se non è un outing questo, non so proprio più che inventare.). Per fortuna però, tra i millemila libri dello scaffale un giorno mi ha strizzato l’occhio un volumetto edito da Feltrinelli. Non lo conoscevo, ma mi ha incuriosito il titolo “Il bambino è competente” del danese Jesper Juul. Ho pensato: “Che strano aggettivo da attribuire ad un bambino! Ma sì, leggiamolo”. Ed è stata una folgorazione.

Il bambino smette di essere una tabula rasa sulla quale i genitori e gli adulti scrivono, ed egli viene riconosciuto come portatore di competenze e abilità che sta all’adulto assecondare, armonizzare e, spesso, tutelare. Improvvisamente il modello di famiglia tradizionale (che per fortuna non è stata la mia di origine) mi appare in tutta la sua colpevole inadeguatezza basata su controllo e repressione. Il rapporto tra genitori e figli si fa paritario. “Paritario?” direte voi con orrore; sì, paritario. Il che non significa che esso non sia improntato sul rispetto, ma che tale rispetto è reciproco. Non significa che non ci siano limiti e che i figli siano autorizzati a fare qualunque cosa, ma che i limiti personali e collettivi dell’unità familiare vengono stabiliti insieme facendo salva l’integrità di ogni membro dell’unità familiare. E questo è l’unico modo per far sì che il rispetto dei limiti sia accolto, condiviso e accettato armoniosamente superando in questo modo le contrapposizioni feroci tra genitori e figli che poi hanno spesso epiloghi pesanti durante l’adolescenza. L’autore fa un breve accenno su come la famiglia abbia cercato di cambiare quando certi assiomi tradizionali hanno smesso di funzionare o si sono dimostrati inadeguati. La famiglia si è trasformata in democratica che però coinvolgendo i figli in un processo decisionale che di fatto non gli competeva ha causato confusione nei ruoli. Jesper Juul sebbene non faccia la morale, certamente non fa sconti e sottolinea molto chiaramente che la responsabilità dell’interazione e del benessere familiare è tutta e totalmente dei genitori. Inutile dire che questa assunzione di responsabilità io la considero necessaria, salutare e salvifica e, purtroppo, sperimento quotidianamente quanto gli adulti tendano, invece, a buttare responsabilità e (peggio ancora) colpe sulle spalle dei figli.

Ci sono poi due concetti che ritengo particolarmente importanti e sono : il concetto di collaborazione e quello di integrità. Per collaborazione si intende il copiare e l’assecondare i comportamenti degli adulti di riferimento. Partendo dal presupposto che i figli hanno come desiderio più intimo e più grande quello di compiacere e far felici i genitori, per collaborazione non si intende “fare i bravi”, non fare capricci e accettare ciò che i genitori chiedono; ma dare loro ciò che essi si aspettano intimamente. Se il genitore ha intimamente paura di lasciare un bambino all’asilo, il bambino piangerà per non andare all’asilo dando conferme al genitore (e non “non facendo capricci”). Quello che il genitore chiama “capriccio” (il non voler andare all’asilo) è in realtà una più sottile forma di collaborazione (“papà o mamma hanno paura di separarsi da me e mandarmi all’asilo e io mi metto in linea con i loro sentimenti e piango quando devo andare all’asilo”). E’ un punto di vista difficile da acquisire, ma quando si riesce a farlo si riesce a condividere lo sguardo sul mondo con i propri figli. E, vi confesso, lo trovo esaltante.

L’altro concetto è l’integrità, che riguarda “la pienezza e l’inviolabilità della nostra esistenza, fisica e psicologica”. Quando le necessità dei figli sono in contrasto con quelle dei genitori, spesso i figli non riescono a tutelare la propria integrità. E’ chiaro che ci sono tanti livelli di violazione dell’integrità e che non prenderò assolutamente in considerazione i livelli più gravi poiché non è questo il luogo e il motivo del post – che non si rivolge a famiglie con situazioni patologiche, ma a famiglie “normali” alle prese con gli equilibri di tutti i giorni. Una bambina sculacciata o mandata a letto senza cena o ancora messa in punizione non coverà risentimento verso i genitori ( che per lei restano infallibili), ma rinuncerà ad un pezzo di sé per collaborare e dare ai genitori la bambina che essi vogliono, e non la bambina che realmente è. Le punizioni, corporali e non, e il piegare l’integrità del bambino sono operazioni che fanno male ai figli e fanno sentire a disagio i genitori tanto è vero che, nel tempo, sono stati coniati molti eufemismi per giustificare un atteggiamento di violazione e l’autore ne riporta alcuni esempi come: “fa più male a me che a te”; “un giorno mi ringrazierai”; “è per il tuo bene”.

La violenza è violenza e su questo Juul come per fortuna molti altri ormai, è chiaro. Non esiste una violenza educativa. Non esiste uno sculaccione a fin di bene e non esistono gli scappellotti, o sberle o schiaffi o quanto altro. Picchiare un bambino a fini educativi è esercitargli violenza. Punto. Non è per il suo bene, non fa bene, non si fa il suo bene. Purtroppo può capitare di perdere la ragione, la calma e di sculacciare il proprio figlio; in questo caso l’autore invita i genitori a fermarsi e a chiedergli scusa. Perché se è accaduto non è responsabilità del figlio che se l’è cercata, ma bensì del genitore che ha oltrepassato i limiti.

E ancora quando volete che vostro figlio faccia o non faccia qualcosa dite forte: “voglio” o “non voglio”. E insegnategli a dire “VOGLIO”, in barba all’educazione da quattro soldi del “vorrei” poiché educazione è ben altra cosa, e non c’entra con l’assertività di un giovane-io integro e sereno. Parlate con vostro figlio, non imponete a vostro figlio.

Il libro è denso di spunti, riflessioni, esempi. E’ comprensibile e agile, ma ti fa intraprendere un viaggio che io auguro ad ogni famiglia. Non so come saranno le mie figlie domani, non so quali errori sto commettendo oggi. Ma quello che ci capita di vivere è qualcosa di grandioso. La nostra famiglia è un organismo vivente all’interno del quale ognuno di noi ha la sua integrità, i suoi limiti, le sue competenze e forme (siamo un po’ come i barbapapà). Richiede attenzione, energie, concentrazione ma è al contempo esaltante e questo libro dà strumenti e spunti affinché la famiglia possa diventare il luogo più accogliente che ci sia; una palestra per esercitarsi a diventare ciò che si è.

Post Scriptum : avete presente quando tornate a casa dall’ospedale, avete il frugoletto tra le braccia e vorreste un manuale d’istruzioni? Eccolo. Per l’anima e la mente, però.

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6 thoughts on “Il bambino è competente.

  1. Che meraviglia questo post, dà la carica giusta per mettersi in gioco e vedere le cose da un’angolazione diversa!
    Mi sembra di rivedere un po’ il libro “Besame mucho” di Carlos Gonzales, sbaglio?
    Seguo da poco il tuo blog ma apprezzo sempre molto i tuoi post, pieni di spunti interessanti, che si capisce “essere vissuti” direttamente in prima persona.
    Grazie!
    Michela

    • Che bel commento Michela, grazie!
      Sai cos’è la cosa che mi piace di più di questo libro e che – per me – lo rende più valido di altri? Il fatto che legga il rapporto genitori-figli paritario nell’ottica non dei ruoli e delle responsabilità, ma dell’importanza di ogni singolo individuo. La mia impressione, personalissima eh?, è che Juul dia ancora più fiducia ai piccoli in un rapporto biunivoco che va al di là dell’accudimento. Ed è per questo che per come sono io di carattere (ma anche mio marito) e per come sono le mie figlie, Juul ci fornisce un’ottica più aderente al nostro modo di essere. Poi, se lo leggi, fammi sapere cosa ne pensi. Un abbraccio!

  2. Bello, sì, però…….qualche obiezione sorge spontanea. (Premetto che non ho letto il libro e quindi le mie riflessioni sono basate solo su questa recensione; dunque inevitabilmente limitate e soggette a ulteriori approfondimenti). Prima: che significa, concretamente, “esercitarsi a diventare ciò che si è”? Nessuno “è ciò che è” se può “diventare” …. nè un bambino, nè i suoi genitori nella loro relazione restano immutabili. Seconda: le decisioni per il bambino e sul bambino le DEVE prendere l’adulto, nel rispetto, con sensibilità, con empatia, ma questo fa la differenza e per questo “la responsabilità è totalmente a carico dei genitori”. Terzo: cominciare a dire che la violenza è violenza, anzi che accompagnare in un cammino impervio di formazione i genitori in difficoltà suggerendo concrete strategie di intervento nelle più diverse situazioni, è tautologico e inutile. Inoltre credo che il libro venga intercettato da lettori già sensibili e attenti alla crescita del proprio figlio. Come la mettiamo con l’altro libro “I NO che aiutano a crescere di Phillips Asha?

    • “Diventare ciò che si è” è in realtà molto semplice e basta guardarsi intorno per capire che la maggior parte delle persone non è ciò che vorrebbe essere perché si porta dietro pesanti e pressanti condizionamenti culturali e qui mi viene in mente la poesia di Neruda “ode al gatto”:

      L’uomo vuol essere pesce e uccello,
      il serpente vorrebbe avere le ali,
      il cane è un leone spaesato,
      l’ingegnere vuol essere poeta,
      la mosca studia per rondine,
      il poeta cerca di imitare la mosca,
      ma il gatto
      vuole essere solo gatto
      ed ogni gatto è gatto
      dai baffi alla coda,
      dal fiuto al topo vivo,
      dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.

      Ecco diventare ciò che si è significa far crescere un bambino e poi una persona secondo le sue aspirazioni e moti interiori e non secondo le aspettative dei genitori, nonni,parenti, società.
      Certo che le decisioni sull’educazione di un bambino spettano ai genitori, ma far sentire i figli parte attiva del nucleo familiare, ascoltando necessità e pareri di ognuno per quel che riguarda il funzionamento dell’intero nucleo fa sì che tale nucleo si muova in maniera più armonica e che ogni membro, in quanto parte attiva, si faccia sostenitore di quell’istanza.
      “La violenza è violenza” va bene è una tautologia, fucilatemi pure sulla pubblica piazza:-) in realtà spero sempre che mi legga qualcuno che dopo aver dato uno sculaccione “a fin di bene” pensi: “accidenti questa è violenza educativa e quindi sto ferendo l’integrità di mio figlio. Non lo farò mai più, ti chiedo scusa, figlio”. magari è un’aspettativa irrealistica, ma tant’è…
      Per quanto riguarda i “no” necessari ad un corretto e sano sviluppo, Juul è chiarissimo (forse io meno) non è che non debbano esistere limiti, anzi. I limiti vanno espressi in maniera netta e chiara, ma dietro questi limiti il bambino deve vedere la personalità del genitore che si mette in gioco. Di qui l’accenno che faccio sull’usare il termine “Voglio”-“Non voglio” perché la prima persona implica un mettersi in gioco nella relazione che svela il sé e non fa cadere dall’alto il limite, il “NO”. Quindi i no sono i limiti che diventano personali. Faccio un esempio (che in quanto tale è sempre banalizzante): Io non voglio che la televisione sia accesa durante i pasti e non : non si accende la televisione durante i pasti. Il bambino può chiedere e perché, chi lo dice, ma io la voglio. Invece nel primo caso il genitore sta dicendo: quello è il mio limite: io non voglio che la televisione sia accesa perché…e seguono le spiegazioni.
      Il libro ha funzionato egregiamente con noi e ci ha dato strumenti in linea col nostro modo di essere persone e genitori.
      Cervello pensante spero di averti incuriosito, spero che leggerai il libro e spero che ti piacerà e arricchirà se così non fosse c’è sempre l’opzione bookcrossing 😉

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